CON IL PATROCINIO DI
MINISTERO DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE
REGIONE AUTONOMA TRENTINO - ALTO ADIGE
ASSESSORATO ALLA CULTURA IN LINGUA ITALIANA DELLA PROVINCIA DI BOLZANO
SOVRINTENDENZA SCOLASTICA DELLA PROVINCIA DI BOLZANO
ASSESSORATO ALLA CULTURA IN LINGUA ITALIANA DEL COMUNE DI MERANO
CON LA COLLABORAZIONE DI

AZIENDA DI SOGGIORNO, CURA E TURISMO DI MERANO
FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO BOLZANO
U.I.L.T. UNIONE ITALIANA LIBERO TEATRO
CO.F.AS. COMPAGNIE FILO ASSOCIATE
Nel giardino della scuola elementare del paesino di Pilù le maestre
avevano creato un bellissimo orto. Verso la fine della scuola, nell’angolo
più soleggiato vennero piantati alcuni semi di zucca. «Vedrete che sorpresa
al ritorno dalle vacanze» dissero le maestre.
Il piccolo Peter passò
tutta l’estate a immaginare come potessero essere diventate quelle zucche.
Dall’esterno, infatti, il muro della scuola impediva di vedere cosa
succedeva nell’orto.
«Sono spuntate le zucche?» chiedeva curioso Peter a
Giulio, il custode della scuola, gran signore dell’orto, ogni volta che lo
incontrava. «Crescono ogni giorno di più» era la risposta di Giulio, che non
faceva altro che aumentare la curiosità di Peter.
Quando tornò a scuola,
il primo pensiero di Peter fu di correre a vedere come era cambiato l’orto.
Durante l’estate, era esplosa la produzione di cavoli, melanzane, peperoni,
zucchine. Un gran bel minestrone, che Peter si divertiva a dipingere con i
suoi pastelli.
A fare bella mostra di sé, però, erano soprattutto tre
splendide zucche, beatamente spaparanzate per terra a godersi gli ultimi
raggi di sole estivi. Si chiamavano Oziosa, Vezzosa e Giocosa, erano amiche
e passavano le giornate a prendere il sole, a giocare, a chiacchierare.
Un giorno, vedendo che la loro dimensione cresceva a vista d’occhio,
cominciarono a interrogarsi su cosa avrebbero voluto fare da grandi.
«Io
assolutamente niente – disse Oziosa –. Si sta così bene qui, in questo
angolino, senza nessuno che ci disturba e col sole che ci scalda. Non ho
nessuna intenzione di andare a cercar guai. Cosa c’è di più bello del dolce
far niente?».
«Lo so io – rispose Vezzosa –. Per esempio, diventare un
bellissimo centrotavola nella casa di un grande pittore. Così lui ti
potrebbe dipingere e magari il ritratto potrebbe addirittura finire in un
museo. È davvero il mio sogno».
Giocosa stava zitta: «E il tuo sogno
qual è?» chiesero le altre due. «Voglio diventare la migliore amica di un
bambino» rispose. «Impossibile – dissero le altre due –. È una cosa
assolutamente impossibile». «E io invece ci riuscirò» rispose Giocosa. «Sei
proprio una zuccona» dissero in coro le altre due chiudendo la discussione.
Giorno dopo giorno, ognuna delle tre cominciò a cercare di costruire il
proprio sogno. Oziosa, in realtà, non faceva nient’altro che starsene
sdraiata su un letto di foglie a prendere il sole. Era davvero orgogliosa
della sua tintarella arancione scuro. L’unico suo cruccio era il fatto che
le altre due avessero sempre da fare e non la considerassero se non ogni
tanto.
Vezzosa, infatti, passava le giornate a lisciarsi la buccia,
accarezzandola con la peluria delle sue grandi foglie. Era diventata davvero
bellissima, tonda e luccicante come poche altre al mondo. «Ah, come sono
bella» continuava a ripetere pavoneggiandosi. Quanto alla giornata di
Giocosa, beh, c’era davvero poco da annoiarsi. La mattina la passava a
rimirare la vitalità dei bambini: ne seguiva gli sforzi e i progressi sui
banchi di scuola e si divertiva a vederli correre e schiamazzare durante gli
intervalli e all’uscita. Al pomeriggio, invece, dopo aver fatto quattro
chiacchiere con le sue amiche, si metteva a studiare: voleva assolutamente
imparare la lingua dei bambini, per poter parlare con loro.
Una
settimana prima della festa della scuola, le maestre chiesero ai bimbi di
aiutarle nella raccolta delle verdure, che avrebbero venduto al mercatino.
Peter, entusiasta, chiese e ottenne di occuparsi del banchetto delle zucche.
Oziosa, a furia di prendere il sole e di non fare niente, era cresciuta a
dismisura. La sua buccia scura era tutta molle e raggrinzita.
Vezzosa,
al contrario era in splendida forma, tonda e lucente come una regina. Quando
Peter si avvicinò a Giocosa, per poco non gli venne un colpo. «Prendimi con
te – disse una vocina –. Ti farò compagnia». Peter si guardò intorno per
capire da dove venisse quella voce, ma non vide nessuno.
«Sono io,
Giocosa» riprese la zucca.
«Davvero?» esclamò stupito Peter.
«Certo
– rispose –. Mi sei simpatico, sai? È da giorni che osservo con quanto amore
curi le piante dell’orto. Mi piacerebbe davvero diventare tua amica».
«È
un’idea bellissima – disse Peter -. Ne parlerò alla mia mamma».
Prima
ancora di andare a casa, Peter aveva chiesto alle maestre di poter tenere
per sé quella curiosa zucca, ben guardandosi dallo svelare le sue
straordinarie doti. Visto l’entusiasmo, le maestre si dichiararono ben
felici di accontentare Peter, sempre che la mamma fosse d’accordo.
Il
giorno della festa, Peter se ne stava orgoglioso dietro il banchetto delle
zucche, con un bel cartello “Venduta” sopra la sua nuova amica.
Vezzosa
vide il suo sogno realizzarsi: la volle per sé il papà di un suo compagno,
che faceva il pittore. Diventò uno splendido centrotavola, fu ritratta in
diversi quadri, ma ben presto la sua bellezza cominciò a sfiorire. Dopo
qualche tempo, fu messa da parte e finì dimenticata in cantina.
Anche
Oziosa, in qualche modo, vide realizzarsi il suo sogno. A fine giornata,
rimasta sola sul banchetto, fu riportata nell’orto, dove venne utilizzata
per dare da mangiare ai conigli.
Quanto a Giocosa, fece una vita davvero
felice con il suo amico Peter. Il bimbo gli confidò la sua paura del buio,
quando la sua stanza gli sembrava si riempisse di brutti sogni.
Lei,
allora, gli disse: «Stai tranquillo. Diventerò il tuo scaccia-incubi».
Con un coltello affilato, facendosi aiutare dalla mamma, Peter intagliò
nella zucca due grandi occhi e una bocca spaventosa. Poi fece un buco sotto,
la svuotò e ci inserì una lampadina.
Tutte le sere, quando andava a
letto, accendeva il suo magnifico faro.
E Giocosa, piena di luce,
custodiva il suo sonno tenendo lontani i cattivi pensieri.
Andrea Mongilardi, milanese d’adozione, europeo per vocazione, ha sviluppato con la parola un lento percorso di innamoramento. Dopo essere rimasto praticamente muto fino alla soglia della maggiore età, ha timidamente cominciato a scambiare idee con i propri simili, cominciando con la propria compagna di banco: dapprima qualche sillaba, poi parole intere, infine addirittura frasi di senso compiuto. Il passo successivo è stata la scoperta – naturalmente tardiva - di una certa attrazione per la scrittura, diventata pian piano, in maniera quasi inconsapevole, un piacere e, per una serie di coincidenze, anche un mestiere. Dopo aver scritto articoli, reportage, inchieste, interviste, centinaia di didascalie e di cartoline (genere letterario, quest’ultimo, purtroppo ormai desueto) ed aver cercato di far innamorare gli stranieri dell’Italia a colpi di suggestioni verbali, alla soglia del mezzo secolo di vita ha provato a cimentarsi nell’uso della parola a fini affabulatori. Attualmente costringe periodicamente la sua ex compagna di banco, oggi moglie, e la figlia a leggere e ascoltare le sue brevi storie, ricevendo in cambio vuoi complimenti, vuoi sincere stroncature (ritenendo le seconde preziose quanto i primi). Lasciando tutti gli altri liberi di non leggerle.