CON IL PATROCINIO DI
MINISTERO DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE
REGIONE AUTONOMA TRENTINO - ALTO ADIGE
ASSESSORATO ALLA CULTURA IN LINGUA ITALIANA DELLA PROVINCIA DI BOLZANO
SOVRINTENDENZA SCOLASTICA DELLA PROVINCIA DI BOLZANO
ASSESSORATO ALLA CULTURA IN LINGUA ITALIANA DEL COMUNE DI MERANO
CON LA COLLABORAZIONE DI

AZIENDA DI SOGGIORNO, CURA E TURISMO DI MERANO
FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO BOLZANO
U.I.L.T. UNIONE ITALIANA LIBERO TEATRO
CO.F.AS. COMPAGNIE FILO ASSOCIATE
C’era una volta un orso, che si chiamava Gigi.
L’Orso Gigi abitava in
una collina vicino al mare, aveva una bella pelliccia bianca, gli occhi
dolci, il sorriso gentile e ogni tanto, quando era proprio felice, si
metteva a ballare. Quando ballava chiudeva gli occhi, metteva le mani dietro
la schiena e saltellava sui piedi, seguendo il ritmo della musica con la
faccia beata che hanno gli orsi quando sono felici.
Non gli capitava
spesso di ballare, perché l’Orso Gigi viveva da solo e quando si è soli si
corre sempre il rischio di lasciare entrare nella propria tana la
Malinconia.
Una gran brutta bestia, la Malinconia, ha le zampe corte, il
muso largo, il pelo ispido e si gonfia piano piano; è capace di gonfiarsi
così tanto da occupare quasi tutta la tana. Sta accucciata tutto il giorno e
tutta la notte con gli occhi socchiusi, senza fare nulla e senza dormire.
Una gran brutta bestia la Malinconia.
L’Orso Gigi stava molto
attento a non lasciare entrare nella sua tana la Malinconia. C’erano delle
regole da seguire con grande attenzione. A volte funzionavano, a volte no.
Una regola diceva. Fate in modo che la vostra tana sia bella e ordinata, con
dei fiori su un vaso e dei colori vivaci alle pareti. La Malinconia non ama
i fiori e nemmeno i colori. Quindi non entrerà nella vostra tana.
Per
questo l’Orso Gigi usciva tutte le mattine in cerca di fiori. La sua collina
era piena di fiori, in tutte le stagioni, ma bisognava cercarli nei posti
giusti. L’Orso Gigi era diventato bravissimo a trovarli.
Si ricordava in
quale angolo fiorivano le prime viole quando la primavera è ancora lontana e
tutti gli altri orsi pensano che sia ancora inverno. Ma non l’Orso Gigi. Lui
sapeva che in quell’angolino riparato dal vento, scaldato dal sole tiepido
di febbraio, potevano fiorire le viole. E quando le vedeva, fragili e
delicate, e proprio per questo ancora più belle, ne prendeva una, una sola.
Allungava la sua zampona di orso e delicatamente, con tutto l’amore che solo
l’Orso Gigi poteva avere, coglieva una viola, la portava nella sua tana e la
metteva da parte. La metteva da parte per il suo grande amore.
Poi si
sedeva con la schiena appoggiata al tronco di un albero e si guardava
intorno.
Guardava la sua collina, la collina di Sant’Orso, piena di
alberi e di prati che scendevano dolcemente fino al mare. Guardava il mare,
laggiù in fondo e poi il cielo e le nuvole e si sentiva felice. Felice di
sentire la terra morbida sotto la pelliccia e il tronco ruvido dietro la
schiena. Felice di vedere il sole filtrare tra le foglie della quercia sopra
di lui. Felice di ascoltare gli uccelli cantare. E si addormentava.
Dormiva russando pianino l’orso Gigi, con la bocca aperta e la testa
inclinata e sognava. Sognava la sua mamma. Lui era piccolo, lei lo teneva in
braccio e gli raccontava una storia. Com’era bella la sua mamma. Fra le sue
braccia l’orso Gigi stava al caldo anche se fuori c’era la neve e il vento
ululava come un lupo triste. Mentre lo teneva in braccio Mamma Orsa si
metteva lo smalto rosso sulle unghie.
"Ma mamma," le diceva l’Orso Gigi,
gli orsi non si mettono lo smalto sulle unghie!"
"Perché non sanno
quant’è divertente!" rispondeva lei, mentre si soffiava sulle unghie
per farlo asciugare. "Stasera torna papà e voglio essere bella.
Mi metterò anche un grembiulino."
"Un grembiulino?" disse
l’Orso Gigi sgranando incredulo gli occhi. "Ma a noi orsi non
servono i vestiti. Noi abbiamo la pelliccia."
"Hai ragione Gigi, ma sai quella signora grassa che abita nella casetta
gialla in riva al mare?"
"La moglie del Tricheco?"
"Proprio lei."
"Oggi mentre facevo la mia passeggiata in mezzo alla neve ho
visto che c’era un grembiulino rosso steso ad asciugare. Era
diventato duro come un baccalà. Mentre lo guardavo, mi sono
accorta che era proprio della mia taglia. Non ho resistito alla
tentazione. Stasera lo metto per papà e domani lo riporto alla
moglie del Tricheco. Non se ne accorgerà nemmeno, tanto con
questa neve starà chiusa in casa tutto il giorno."
"Ma mamma, mi hai sempre detto che
non si deve rubare!" diceva l’orso Gigi.
"Hai ragione tesoro mio,
ma stasera torna papà Orso. Voglio essere l’orsa più bella della
collina."
Mamma Orsa aveva gli occhi che brillavano di gioia e l’orso Gigi si svegliò.
"Mamma," chiamò "Mamma, dove sei?" ma poi si rese conto che era stato
un sogno. E si sentì solo. Nessuno lo stava abbracciando, nessuno gli stava
parlando. Sentì le lacrime riempirgli gli occhi: Le asciugò con le zampe, in
fretta, guardandosi attorno per paura che arrivasse la Malinconia. Se
sentiva odore di lacrime arrivava subito, anche da molto lontano.
A volte
arrivava ancora prima che le lacrime scendessero.
Doveva pensare subito
a qualcosa di bello, in fretta, prima che fosse troppo tardi.
Doveva
pensare ad Alice, la sua cara orsa Alice.
Alice... Quando pensava a lei
suonavano i violini e l’Orso Gigi sorrideva beato, con gli occhi chiusi,
ondeggiando sulle zampe, seguendo il ritmo dell’amore.
Perché c’era poco
da fare e meno da dire, l’Orso Gigi amava Alice.
L’aveva amata fin dalla
prima volta che l’aveva vista. L’aveva amata prima ancora di vederla.
L’aveva amata prima ancora che nascesse. Era scritto nel loro destino, che
si sarebbero amati. Gigi e Alice erano fatti l’uno per l’altro.
La prima
volta che aveva visto Alice stava andando in altalena. C’era un’altalena
sotto una mimosa rosa e Alice si dondolava felice, sempre più in alto,
sempre più in alto, e con le zampe toccava i fiori della mimosa.
L’Orso
Gigi la guardava da lontano, affascinato, e sentiva un calore strano
diffondersi in un tutto il corpo.
Quando Alice era scesa ed era andata
via, aveva provato subito un senso di mancanza.
Voleva rivederla, starle
vicino, camminare con lei, mangiare con lei, ballare con lei, andare in
letargo con lei, guardare con lei la luna nelle fredde notti d’inverno,
quando la neve scricchiola se la pesti e le stelle sembrano più vicine del
solito. Voleva stare con lei nelle calde notti d’estate quando i grilli
cantano e gli orsi dormono fuori dalla tana cercando il vento che sale dal
mare. Voleva stare con lei sotto il sole in primavera quando gli orsi si
tuffano nei ruscelli cercando i pesci e giocano e ridono e si spruzzano
prima di correre sui prati pieni di fiori. Voleva stare con lei sempre,
sempre, sempre!
Questo voleva prima che arrivasse la Malinconia.
Quella brutta bestia un giorno l’aveva colto di sorpresa ed era entrata
nella sua tana.
Si era gonfiata piano piano e gli aveva tolto lo spazio.
Lo aveva schiacciato contro le radici dell’albero, lo aveva fissato con i
suoi occhi brutti e spenti e gli aveva sussurrato:
"Tu non puoi essere
felice. Gli altri orsi sì, ma tu no. Andrà tutto male. Tutto
andrà male. Non illuderti. Non sognare. Non sognare. Non
sognare."
L’Orso Gigi non era
riuscito a chiudersi le orecchie con le zampe e aveva sentito e aveva
ascoltato le parole della Malinconia.
Poi lei, la brutta bestia, era
uscita dalla tana, ma l’Orso Gigi era rimasto dentro, col muso tra le zampe,
a piangere.
Aveva pianto per sette giorni e sette notti e poi si era
addormentato. E aveva sognato Mamma Orsa.
"Non piangere stella mia," gli
aveva detto Mamma Orsa. "Alzati, scendi fino al mare. Entra in
acqua e nuota. Nuota piano fino allo scoglio grigio. Quello
grande, dove si posano i gabbiani. Sali sullo scoglio e resta lì
ad ascoltare il mare. Alzati, alzati e scendi fino al mare.
Nuota, nuota fino allo scoglio. Alzati e nuota. Nuota. Alzati.
Nuota. Alzati!"
Si era svegliato con un sussulto,
sentendo ancora la voce della mamma che gli ordinava di alzarsi. E si era
alzato.
Era sceso fino al mare. Era entrato in acqua e aveva iniziato a
nuotare, piano, verso lo scoglio grigio.
L’acqua era tiepida. Lo
avvolgeva cullandolo, lo accarezzava, lo calmava, lo rinvigoriva.
Il
muso fuori dall’acqua, sentiva il sole giocare tra le onde, vedeva i suoi
riflessi luccicare. L’acqua era verde e trasparente, l’acqua era buona,
l’acqua era calma.
Laggiù, in fondo, c’era lo scoglio.
Quando lo
raggiunse salì in cima e si distese sulla roccia calda. La pelliccia era
grondante d’acqua, la sentiva gocciolare piano piano.
Il vento suonava
nelle orecchie la canzone del mare, i gabbiani giocavano con il vento e con
il mare. Restavano quasi fermi, sospesi nell’aria con le ali aperte. Poi
planavano, battevano le ali e si spostavano un po’.
Nuotavano nel cielo
come lui aveva nuotato nel mare.
L’Orso Gigi chiuse gli occhi e
sentì una gran pace scendere su di lui. Sentì la musica dei violini tornare,
vide di nuovo Alice e ricominciò a sperare. A sperare che anche lui un
giorno non sarebbe stato più solo. Anche lui un giorno avrebbe avuto una
famiglia, dei figli, una vita normale.
Capì che la Malinconia non
avrebbe vinto. Forse sarebbe tornata qualche volta, ma lui l’avrebbe
cacciata, non avrebbe lasciato che riempisse di nuovo la sua tana. L’avrebbe
tenuta lontana. Sarebbe stato felice. Lui e Alice si sarebbero sposati e
sarebbero stati sempre assieme. Sempre.
Questi capì l’Orso Gigi sopra lo
scoglio grigio dove si posano i gabbiani.
E vide il cielo diventare
rosso e il sole tramontare.
Scese di nuovo in acqua e nuotò, calmo, fino
alla riva.
Camminò sui sassi della spiaggia, scosse la pelliccia con
forza, spruzzando acqua dappertutto e rise felice come un bambino.
Poi
risalì verso la collina di Sant’Orso dondolando sulle zampe e cantando una
canzone, mentre i gabbiani andavano a dormire sulla riva del mare.
Nata a Padova nel 1961, dove abita e lavora tuttora. Nelle lunghe estati della sua infanzia amava molto leggere e tuffarsi in un mondo fantastico. Il suo primo racconto fu pubblicato a puntate su La Specola, il giornale della scuola media Mameli, prodotto e stampato dai ragazzi con la matrice e il ciclostile. Cose d’altri tempi. Poi Liceo classico Tito Livio e Laurea in Lingue. D’estate cameriera in Inghilterra, d’inverno Shakespeare all’Università. In seguito le vicende della vita le fecero mettere i suoi sogni nel cassetto. Niente più racconti, tante invece le traduzioni, dall’inglese e dal tedesco. Tra le ultime pubblicate Amalo di B. Kaye e S. Jordan-Evans, Inseguendo la luce di Eugene O’Kelley, Un mare di idee di Jack Foster. Solo recentemente ha ricominciato a scrivere storie, che spesso hanno per protagonisti animali.