CON IL PATROCINIO DI
MINISTERO DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE
REGIONE AUTONOMA TRENTINO - ALTO ADIGE
ASSESSORATO ALLA CULTURA IN LINGUA ITALIANA DELLA PROVINCIA DI BOLZANO
SOVRINTENDENZA SCOLASTICA DELLA PROVINCIA DI BOLZANO
ASSESSORATO ALLA CULTURA IN LINGUA ITALIANA DEL COMUNE DI MERANO
CON LA COLLABORAZIONE DI

AZIENDA DI SOGGIORNO, CURA E TURISMO DI MERANO
FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO BOLZANO
U.I.L.T. UNIONE ITALIANA LIBERO TEATRO
CO.F.AS. COMPAGNIE FILO ASSOCIATE
Soldato col cane lupo al guinzaglio.
C’era sempre pericolo, e quando c’era pericolo c’era lui,
quindi lui c’era sempre. Il cane lupo a pelo lungo nero,
giovane, si muoveva veloce in tutte le direzioni. Se non ci
fosse stato quel guinzaglio… ma anche il guinzaglio non poteva
quasi niente con quel cane, e il soldato che lo teneva riusciva
soltanto a rallentarlo, non certo a guidarlo, perché quel cane
non si lasciava guidare da un uomo. Aveva una furia dentro di
sé, come se fosse avido di tutto ciò che gli stava attorno e
volesse possederlo, anche solo guardandolo o annusandolo, perciò
cambiava direzione di continuo facendo dannare il soldato. Era
addestrato a scoprire qualsiasi tipo di esplosivo, anche
nascosto, e ne aveva trovato molto nella sua carriera. L’uomo
era solo una sua appendice, ma tutti e due lo sapevano e ognuno
faceva la sua parte: erano il freno e il motore. Spesso
l’esuberanza portava l’animale a dimenticare ogni prudenza e a
gettarsi in situazioni pericolose, ma l’uomo lo tratteneva con
più forza: erano la cautela e l’ardimento. Si erano salvati la
vita a vicenda, una volta l’uomo al cane e due volte il cane
all’uomo. L’uomo era in debito, ma tanto il cane non sapeva
contare. Sapeva solo che doveva trovare qualcosa, se c’era, e
che una volta trovato ci avrebbe pensato qualcun altro. L’uomo
si era chiesto spesso se il cane volesse mordere l’esplosivo per
possederlo, ma si era risposto che il cane voleva solo scovare
l’esplosivo e il suo pensiero, dopo averlo fatto, era scovare
altro esplosivo, non possederlo. Non era come noi, il desiderio
di possesso è esclusivamente umano.
Marta col figlio di sei anni per mano e il passeggino.
Le avevano detto che dopo quello scoppio il mondo sarebbe
stato migliore e che lei e suo figlio avrebbero ricevuto la
Ricompensa. Lei all’inizio non era convinta, come può migliorare
il mondo con l’esplosione di una bomba? Eppure loro erano così
sicuri che l’avevano convinta. Doveva soltanto lasciare il
passeggino con dentro la bomba al checkpoint e allontanarsi con
suo figlio, velocemente, e loro avrebbero fatto esplodere la
bomba col telecomando. Non le avevano detto che avrebbero fatto
esplodere la bomba prima che lei e il suo bambino si
allontanassero altrimenti i soldati si sarebbero insospettiti.
Questo non gliel’avevano detto, perché tanto lei e suo figlio
avrebbero avuto la loro Ricompensa.
Soldati di guardia al checkpoint.
Al checkpoint gli uomini erano di sabbia. Venivano da lontano
e da paesi completamente diversi, ma ormai erano tutti uguali,
della stessa razza; la sabbia li aveva resi uguali e non solo
esternamente, anche dentro. Era come se fosse entrata dentro di
loro e li avesse uniformati. Niente più differenze di religione,
pensiero, idee politiche, nemmeno di sesso. Erano solo esseri
umani, lo stesso cuore, tutti con lo stesso cuore. La sabbia fa
miracoli, altro che le teorie sociali, economiche, politiche. Le
teorie non hanno mai cambiato nessuno per davvero. I
comportamenti, quelli sì riescono a cambiarli, ma le persone
dentro no, mai. La sabbia invece era riuscita a cambiare gli
uomini.
Uomo col telecomando.
Aveva un binocolo, una borraccia piena d’acqua e un
telecomando. Non usava portare armi con sé, non gli piacevano.
Lui era l’esperto degli esplosivi, solo quelli maneggiava. Per
il resto eseguiva gli ordini. Gli avevano detto quando premere
il pulsante e lo avrebbe fatto al momento giusto. La donna e il
bambino avrebbero avuto la loro Ricompensa. Lui doveva badare
solo a fare più morti possibile, secondo gli ordini. Si ripeteva
che tutti i soldati, in tutte le guerre, alla fine avevano lo
stesso ordine: fare più morti possibile. Però la donna e il bambino… c’era qualcosa che non riusciva a capire, che non gli
tornava. Erano i soldati che dovevano combattere, non le donne
coi bambini. Questo non gli tornava, ma forse quella guerra era
così, doveva essere così, non era colpa di nessuno. Nel binocolo
vide che il bambino si era avvicinato alla madre tirandola per
il vestito. Lei si abbassò e lui la baciò. Ogni guerra nasce
diversa, si disse, e quella era nata così, con le madri che
portavano le bombe; coi bambini che baciavano le madri che
portavano le bombe.
Il figlio di Marta teneva nelle mani un pallone giallo a esagoni neri. Era un giallo violento, fosforescente, sembrava che l’avessero ripassato con un evidenziatore per non perderlo di vista in mezzo a tutta quella sabbia che rendeva uniformi i colori. Il cane iniziò a strattonare il soldato con violenza per trascinarlo verso il bambino col pallone e la donna col passeggino. Il soldato, cautamente, lo assecondò. Giunsero a tre metri dal bambino che si era fermato con la madre vedendo andargli incontro il soldato e il cane. L’uomo sapeva che era pericoloso, non sarebbe stata la prima volta che si servivano di un bambino per far saltare in aria un checkpoint. E neanche l’ultima. Il cane stranamente smise di tirare e fissò il bambino a bocca aperta con la lunga lingua rosa penzoloni. Ruotò la testa come quando si osserva qualcosa di molto interessante e abbaiò. Una volta sola, non forte, con educazione. Il bambino fu l’unico a capire. Gli lanciò la palla. Il cane saltò in un moto di gioia e cercò di afferrarla coi denti, ma era troppo grande per la sua bocca. Si vedeva solo il giallo del pallone e il rosa della lingua, tutto il resto era di sabbia. Con un colpo di muso il cane rilanciò il pallone al bambino e rimase in attesa con gli occhi che brillavano di desiderio di giocare. Il bambino allora guardò la madre che con un movimento della testa lo incoraggiò. Il bambino non vedeva la sua bocca coperta dal velo, ma capì che Marta aveva sorriso. Dai suoi occhi lo capì. Lanciò di nuovo il pallone al cane. Il giallo e il rosa si rincorrevano, si cercavano, si sfuggivano, come due innamorati che giocano. Il soldato non aveva mai visto giocare il cane, era certo che gli interessassero solo gli esplosivi. Come aveva fatto a pensare una cosa del genere? Come può un quintale di tritolo piacere più di un pallone che rimbalza? Come può la morte piacere più della vita? Questo pensò il soldato.
L’uomo col telecomando guardava stupito col binocolo la scena. Un cane antiesplosivi non fa così. Lui li conosceva bene, erano i suoi veri nemici. Non era l’uomo che temeva, l’uomo al massimo poteva disinnescare, ma il vero pericolo per lui erano i cani. Se scopri la bomba la puoi disinnescare, ma se non la scopri puoi averci i migliori artificieri del mondo; non servono a niente. I cani di quel tipo non giocavano mai, erano addestrati a interessarsi solo agli esplosivi. Non li potevi distrarre con nulla, era per quello che non giocavano. Se riuscivi a distrarli non erano dei buoni cani antiesplosivi. Pensò che quello non era un buon cane; forse quel checkpoint era considerato sicuro e ci avevano messo a guardia il loro cane più scarso. Riuscì a sorridere. Era presto per premere il pulsante erano ancora troppo lontani, la donna doveva avvicinarsi di più. Non sapeva il suo nome né quello del bambino. Doveva essere così, nessun coinvolgimento personale di nessun tipo. Se avesse saputo il nome, magari era lo stesso di sua madre o di sua sorella, magari avrebbe esitato; invece non doveva accadere. Lei e il bambino erano solo parte della sua bomba, solo un componente, come l’innesco o un relè. Aveva già compiuto azioni simili e questo modo di vedere la cosa lo aiutava molto. Non erano persone. Era tutto più semplice così.
Il lancio della palla tra il cane e il bambino aveva preso un ritmo quasi regolare. La madre guardava il figlio giocare, il soldato guardava il cane. Il bambino e il cane erano concentrati sulla palla e niente poteva distoglierli.
Quando il soldato pensò che poteva esserci qualcosa sotto.
Quando la madre pensò che aveva un dovere da compiere.
Fu in quell’istante che l’uomo col telecomando premette il pulsante.
Nato a Pisa nel 1965. Dopo il diploma di liceo classico si è laureato in ingegneria e attualmente insegna in un Istituto Tecnico. Nel 2009 ha ricevuto la segnalazione per il settore narrativa al 53° Premio Nazionale Letterario ‘Pisa’.
Ha cominciato a scrivere da ragazzino e a pubblicare solo qualche anno fa. Sceglie l'ironia come punto di vista da cui far prender le mosse alla propria voce narrante. Una ironia un po' toscana, mai pesante, utilizzata come vera e propria arma retorica. Tutto nella narrazione è preso tremendamente sul serio, anche quando il racconto strappa sorrisi e si lancia in avventure tra il concreto e l'irreale. In fondo, cerca di scrivere per come vive.
Fabrizio Altieri ha pubblicato per la SEF (Società Editrice Fiorentina) le seguenti opere:
2006 - “Il ‘caso’ Cicciapetarda”, romanzo.
2007 - “Maremma Safari e altri sogni”, raccolta di racconti.
2008 - “Rossana, il sogno e il ragno Calatrava”, romanzo.
2009 - “Melerè la musica bambina” favola per bambini illustrata con cd e gioco allegati in coedizione con CreativaMente
2010 - “Melerè al circofarfalla” seguito della precedente
2009 Segnalazione per il settore narrativa al 53° Premio Nazionale Letterario ‘Pisa’ per il romanzo “Rossana, il sogno e il ragno Calatrava”.
2010 Primo premio al concorso letterario nazionale “Tullio Colsalvatico” di Tolentino per un racconto umoristico.
2010 Segnalazione per un racconto al 50° premio nazionale “Leone di Muggia”, Trieste.
2011 Segnalazione al Premio “Fazio Degli Uberti” per la sceneggiatura per cortometraggio “Un pettirosso non fa differenza”. La sceneggiatura è successivamente diventata un cortometraggio che ha vinto il premio indetto “Gira il corto e vai allo stage” indetto dalla rivista “Tuttodigitale”.