CON IL PATROCINIO DI

MINISTERO DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE

REGIONE AUTONOMA TRENTINO - ALTO ADIGE

ASSESSORATO ALLA CULTURA IN LINGUA ITALIANA DELLA PROVINCIA DI BOLZANO

SOVRINTENDENZA SCOLASTICA DELLA PROVINCIA DI BOLZANO

ASSESSORATO ALLA CULTURA IN LINGUA ITALIANA DEL COMUNE DI MERANO

 

Nona Edizione - anno 2011

Narrativa : 1° premio

DANIELA RAIMONDI

La corsa delle linci

"Quello che vogliamo è sempre altrove." Me lo diceva mia madre.  Me lo ha detto anche poco prima di morire.  Cosa volevo io, allora?  Non me lo ricordo più.  Forse una casa più grande, un vestito di seta, un amore importante; o forse solo le focacce calde, quelle di lardo e cipolla che vendevano al mercato il giovedì.  Non c’era la guerra, allora.  D’estate dormivamo con le porte di casa aperte.  Sognavamo sogni leggeri insieme al latrare lontano dei cani, alla corsa delle linci dietro l’orto.  Eppure, anche allora, quello che desideravo era altro.
Non so più cosa volevo a vent’anni, né a trenta, o a quaranta.  Ora l’unico che voglio, l’unica cosa che conta veramente, la sto toccando con le dita.  La respiro fra le mani, come un fuoco.  Ti guardo.  Accarezzo la tua testa che dorme sul mio grembo, come facevo tanti anni fa con tua madre, prima che tu nascessi.  La paura si addensa di colpo nelle dita insieme all’amore.  Non volevo svegliarti, ma la paura devo avercela attaccata alla pelle ed ecco che apri di colpo gli occhi.  I tuoi occhi neri contro il nero della notte.  I tuoi occhi aperti nei miei, come un grido.
"Shhh…. Non è niente.  Dormi, dormi…"
Mi guardi.  Un istante bagnato di sonno, di tanti piccoli sogni.  Poi richiudi gli occhi e ti addormenti di nuovo.  Il tuo fiato lascia un’impronta dolce nella mia mano. 
I fari del camion illuminano la strada, la tingono di luce bianca.  Fuori c’è solo il freddo dell’inverno, un orizzonte nero, la ghiaia sporca ai bordi dell’asfalto.  C’è il freddo del cielo, l’ombra dei pini, il tonfo delle ruote dentro a ogni buca.  Chi direbbe che domani è Natale.

Il camion frena di colpo. Tu sussulti, ma poi continui a dormire.  Guardo fuori: c’è un cinghiale in mezzo alla strada.  Resta immobile, colpito dalla luce rotonda dei fari.  L’autista bestemmia, suona più volte il clacson.  L’animale si scuote, fugge via, sparisce nel buio.  Voglio correre anch’io dentro a quel buio.  Dimenticare questo orrore; dimenticare gli occhi immobili di Snezana. 
 
Il tempo si sbriciola lungo la strada, nel ronzio del motore, nel ghiaccio che geme sui campi.  Ti guardo: hai la bocca di tua madre.  Lo stesso broncio di Snezana quando aveva la tua età.  Sarebbe bello continuare così, all’infinito, in un viaggio che ci porti a una terra così lontana, Mihrija, così lontana e bella che non riesco nemmeno a pensarla.  Andare a vivere in un piccolo paese con i campi di grano, le case bianche, i gerani alle finestre...
Gli occhi mi si chiudono.  Ciondolo la testa a destra e a sinistra, a destra e a sinistra.    Sogno un paese nel sole, una terra fertile, il suono di una campana.  La voce di Snezana.
 
All’alba il camionista ci sveglia:
"Siamo arrivati.  Più avanti non si va."
Non ci sono case bianche qui intorno. I segni dell’odio sono inchiodati ai muri sfatti, ai vetri rotti, ai mucchi di calce e di rifiuti lungo le strade. 
Scendiamo dal camion con gli occhi gonfi e le ossa indolenzite.
"Nonna, ho fame." Mi guardi, e mi chiedi la vita.
Ti do un pezzo di pane.  È raffermo ma tu lo divori.
"Ho ancora fame". 
"Forse è solo sete.  Vieni."
C’è una fontana lì vicino.  L’acqua che esce sa di ferro e di terra.  Ci scorre rossa dentro la bocca. 
Saranno le sette e il sole stenta ad alzarsi.  Non c’è nessuno in giro a quest’ora.  Solo un vecchio che cammina contro un muro: la schiena curva, la testa bassa:
"Dov’è la strada per il confine? – gli chiedo.
Lui mi guarda e indica con un dito la montagna. 
"È lì il confine? – ripeto.
Fa di sì con la testa.   Ha gli occhi di chi ha pianto per qualche figlio morto, o per una figlia violentata, o forse per la moglie fucilata davanti alla porta di casa.   Ci sono dolori che si portano scritti sulla faccia come un marchio a fuoco.  I segni del male impressi per sempre sulla pelle, nitidi come in una fotografia appena fatta.
Il vecchio non mi risponde subito.  Guarda lontano, come se non mi vedesse.  Poi abbassa lo sguardo su Mihrija:
"Lascia perdere.  Non puoi arrivarci a piedi.  Non d’inverno.  C’è la neve alta lassù e con una bambina così piccola non ce la farai mai."
 
Non gli rispondo.  Niente mi potrebbe fermare.  Gli giro le spalle.  Ti prendo per mano e ti porto via da questo orrore, via da questa guerra.  Su, verso il sentiero, verso la montagna.  È quella montagna laggiù, la vedi?  È così alta.  Riempie il cielo a guardarla. 
 
Riesci a malapena a seguirmi.  Inciampi di continuo.  Ti aggrappi alla mia mano.  Ti trascino con più forza.  Sono solo le otto e se camminiamo di lena raggiungeremo il confine prima che faccia buio. 
"Nonna, ho freddo"
"Il freddo passa quando si cammina svelte."
Camminiamo per ore in silenzio.  Avanziamo a fatica fra le rocce del sentiero senza dire una parola.  Nemmeno una parola per salvare il fiato, per fare più in fretta. 
"Devo fare pipì.".
Ti sei accovacciata sulla neve. La sciarpa gialla che ti ho legata sulla testa ti circonda il viso.  Guardi in su, verso di me.  Hai gli occhi grandi, le guance arrossate.  Sento il cuore fermarsi per la commozione.  E so che la grazia e la bellezza vivono anche fra la violenza, fra la bruttura di questo nostro tempo, nell’orrore di una guerra dove parole come sonno, pane, cielo, sole, non hanno memoria. 
Nevica forte.  Il sentiero è bianco.  Scivoliamo sulla lastra di ghiaccio che si è formata sotto lo strato di neve fresca. 
"Nonna, quando arriviamo?"
"Sei molto stanca?"
"Sì.  Ci fermiamo?"
Guardo indietro: intravedo a malapena il paese in mezzo alla neve che ci soffia intorno senza direzione.  Vedo bianco.  Solo bianco.
"No.  Dobbiamo continuare.  Dobbiamo arrivare prima del buio".
Ripeti che sei stanca ma io non ti rispondo.  Ho paura.  Se parlassi, se solo parlassi, questa paura la sentiresti tutta dentro la mia voce.  Così sto zitta e ti tiro più forte.  Gli strattoni ti fanno male e tu cominci a piangere.
 
Quasi non mi accorgo del corpo fra i rovi, riverso al bordo del sentiero.  Lo schivo a malapena, poi lo guardo di sottocchio.  È solo un ragazzo: ha un buco nel petto, una pozza profonda piena di neve e sangue rappreso.  Gli occhi sono spalancati.  Ha il viso devastato dall’acne e dal gelo.  C’è un cane lì vicino.  Cammina su tre zampe, lo annusa.
Ti afferro fra le braccia e voglio solo correre via, via di lì!  Ma gli stivali affondano nella neve.   Affondo fino al polpaccio.  Dov’è il sentiero? 
Dove
Dove?

*

Quante ore sono passate?  La neve non ha smesso di scendere.  Siamo lontane dal paese e lontane dal confine.  Vedo solo bianco. 
Il vento si è fermato.  Ascolto il silenzio che c’è intorno.  Il silenzio fa paura più di ogni altra cosa.  Ti parlo per farmi coraggio:
"Quando tua madre aveva la tua età la spingevo sull’altalena.  Su e giù, su e giù, fino a raggiungere il cielo.  Lei stringeva forte la catena, con la stessa forza con cui adesso tu stringi la mia mano.  Aveva paura, ma io la spingevo in alto, più in su, fin dentro l’azzurro."
 
Snezana… Fatico a parlare di te, anche se so che devo.  Lo devo alla tua memoria, e alla tua bambina. 
Avevo sentito gli spari quel giorno.  Poi sono corsi tutti da me, e gridavano soltanto due parole: 
"Tua figlia, tua figlia!" 
Sono corsa nei campi così com’ero: in ciabatte e col grembiule bianco di farina.  Correvo tra i fuochi, fra il granoturco maturo che crepitava nell’aria.  Persi una ciabatta.  Inciampai.  Vidi per terra la scia del sangue e poi...
...poi sentii il tuo odore, Snezana.  Il tuo odore in quel sangue impastato alla terra.  Buttai via la ciabatta che mi era rimasta e mi trascinai a carponi lungo quella scia rossa.  La seguii strisciando per terra, avanzando sulle mani e le ginocchia come avrebbe fatto un animale.  Fino alla fine.  Fino a che il filo di sangue mi portò ad incontrare la tua testa.  Non trovai il tuo corpo.  Solo la tua testa.
La avvolsi nel grembiule e corsi indietro.  Senza fiato, coi piedi feriti e quel peso stretto al ventre che era il mio peso, che era ancora mio, mio! Come prima di figliarti.  Correvo con la bocca chiusa, il grido stretto dentro.  
Arrivai dal prete e aprii il grembiule insanguinato:
"Padre, si può seppellire una testa?  Solo la testa?  E lì che risiede la sua anima?"
Lui non disse niente.  Mi abbracciò, e si mise a piangere.  Piangeva lui, io niente.  
Ti seppellimmo io e quel prete.  Scavammo una buca al camposanto e ci mettemmo dentro la tua testa e il tuo violino.

*

Ci siamo perse.  Non so più dove sono.  Dove sia il Nord o il Sud, il confine o il paese.  C’è poca luce ormai, è quasi sera.  Faccio un passo e affondo fino al ginocchio.  C’è solo neve qui intorno.  Neve e alberi.  Alberi e neve. 
Ti sollevo, ti carico sulle spalle come un agnellino.  Muovo un passo, poi un altro.  Le gambe cedono al bianco.  Non ce la faremo mai.  Ora lo so.  Questa frase mi rimbomba nella testa.  Non ce la faremo mai.  È inutile continuare. 
Ci sediamo sotto un pino.  È buio.  La neve scende ancora.  Ti do l’ultimo pezzo di pane, poi pulisco il barattolo vuoto che ho in fondo alla borsa.  Lo riempio di neve e ci metto sopra un poco di zucchero. 
"Tieni.  Senti quanto è dolce."
Lo porti alle labbra.  Ti riempi la bocca e sorridi.
Mangi, poi ci stendiamo sotto l’abete.  Penso che la paura è come la neve: senza confini precisi, senza suono. 
Saranno passate un paio d’ore, forse meno.  Non sento più le dita delle mani.  Provo a muovere i piedi ma non ci riesco.  Guardo in su: nevica, non ci sono stelle stanotte.  Non importa, le stelle sono fredde nel cielo di dicembre.   
Stai stretta a me, accovacciata come un gattino contro il mio ventre.
I nostri corpi abbracciati.  I nostri corpi legati all’inverno, scolpiti nel bianco di questo spazio doloroso e lieve.  Breve e infinito.  I nostri corpi coperti di neve.
Strano, non sento più il freddo adesso. Chiudo gli occhi, ma vedo soltanto i campi di granoturco bruciati, sento nell’aria l’odore del fumo che sale. 
"Nonna, domani è Natale?"
"Sì Mihrija.  Non senti le zampogne?"
"Io no."
"È perché non ascolti bene.  Prova ancora."
Stai in silenzio.
"Nonna, io non sento niente".
"È perché è cambiato il vento.  Bisogna aspettare, ascolta meglio."
Stiamo zitte.  Sento che controlli il respiro per non far rumore, per non perderti il suono della gioia.
"Le hai sentite le zampogne?"
"No, ma…"
"Come suonano bene, Mihrija… Ascoltale.  Le senti?"
"Non so, forse… e i bambini aprono i regali adesso?"
"No, più tardi.  Prima devono dormire."
"Io non ci riesco a dormire.  Ho troppo freddo."
"Shhh….  Ascolta le zampogne. "
 
Ti sento tremare contro di me e ti stringo più forte.  La tua respirazione è faticosa, poi piano piano si calma.  Sento il tuo corpo abbandonarsi al mio. 
La neve mi scende sul viso insieme al silenzio.  Nevica silenzio. 
Non riesco nemmeno a riaprire gli occhi.  Ho sete.  Lecco la neve, l’annuso.  Che buon odore ha la neve.  Sa di iris, di arance e di giacinti. 
Non c’è più dolore adesso.  Sento i cani latrare alla luna e là, nel campo, la corsa felice delle linci. 
Stai tranquilla, Mihrija.  Il mio ventre è ancora caldo.  Qui riposò tua madre.  Riposa, adesso.  Dormiamo ancora un poco.


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Biografia: Daniela Raimondi

E’ nata in provincia di Mantova e dal 1980 vive in Inghilterra dove si è laureata in lingue moderne all'Università di Londra. Ha vissuto per due anni in America Latina e ha conseguito un Master in letteratura ispano-americana presso il King's College dell'Università di Londra. Insegna italiano come lingua straniera. Poeta e Performer, ha ottenuto numerosi premi e riconoscimenti a concorsi letterari nazionali.  Ha inoltre partecipato a diversi festival di poesia.  Ha pubblicato racconti e poesie in diverse riviste letterarie.  Suoi testi sono stati tradotti e pubblicati in ungherese da Olga Erdos e sono usciti in versione inglese nelle riviste Gradiva (New York) e Fire (Inghilterra). Sono in programmazione il libro-CD 'Furester', in collaborazione con la cantautrice mantovana Ornella Fiorini e con prefazione di Franco Loi, e un volume antologico di poesie in edizione bilingue presso le Edizioni Gradiva di New York.

Gestisce il blog: http://www.danielaraimondi.splinder.com/

E' redattrice di Clepsydra Edizioni: http://www.clepsydraedizioni.com/

Pubblicazioni volumi di poesia:

Ellissi (Ed. Raffaelli, Rimini, 2005)

Premi Caput Gauri, Antica Badia di San Savino, Renata Canepa, Premio Renzo Sertoli Salis per l’Opera Prima.

Inanna (Mobydick, Faenza, 2006)

Primo classificato Premio Città di Moncalieri, San Domenichino, Città di Manfredonia.

Mitolologie Private - (Edizioni Clandestine, 2007)

Premio Giustino De' Jacobis Città di San Fele. Menzione speciale Premio Alpi Apuane.

Entierro - Monologo in versi (Mobydick Faenza, 2009)

Premio Speciale Alessandro Contini Bonacossi.

Finalista Premio Reghium Julii.

Menzione Speciale come inedito al Premio Montano.

Diario Della Luce - Libro/Cd (Mobydick Editore, gennaio 2011)

Seconda Classificata Premio Nazionale Borgo D’Alberona.

Di prossima pubblicazione

 La Regina di Ica - (Edizioni Il Ponte del Sale)

Selected Poems -  antologia bilingue (Edizioni Gradiva, New York)

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