CON IL PATROCINIO DI
MINISTERO DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE
REGIONE AUTONOMA TRENTINO - ALTO ADIGE
ASSESSORATO ALLA CULTURA IN LINGUA ITALIANA DELLA PROVINCIA DI BOLZANO
SOVRINTENDENZA SCOLASTICA DELLA PROVINCIA DI BOLZANO
ASSESSORATO ALLA CULTURA IN LINGUA ITALIANA DEL COMUNE DI MERANO
CON LA COLLABORAZIONE DI

AZIENDA DI SOGGIORNO, CURA E TURISMO DI MERANO
FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO BOLZANO
U.I.L.T. UNIONE ITALIANA LIBERO TEATRO
CO.F.AS. COMPAGNIE FILO ASSOCIATE
"Quello che vogliamo è sempre altrove." Me lo diceva
mia madre. Me lo ha detto anche poco prima di morire.
Cosa volevo io, allora? Non me lo ricordo più. Forse
una casa più grande, un vestito di seta, un amore importante; o
forse solo le focacce calde, quelle di lardo e cipolla che
vendevano al mercato il giovedì. Non c’era la guerra,
allora. D’estate dormivamo con le porte di casa aperte.
Sognavamo sogni leggeri insieme al latrare lontano dei cani,
alla corsa delle linci dietro l’orto. Eppure, anche
allora, quello che desideravo era altro.
Non so più cosa
volevo a vent’anni, né a trenta, o a quaranta. Ora l’unico
che voglio, l’unica cosa che conta veramente, la sto toccando
con le dita. La respiro fra le mani, come un fuoco.
Ti guardo. Accarezzo la tua testa che dorme sul mio
grembo, come facevo tanti anni fa con tua madre, prima che tu
nascessi. La paura si addensa di colpo nelle dita insieme
all’amore. Non volevo svegliarti, ma la paura devo
avercela attaccata alla pelle ed ecco che apri di colpo gli
occhi. I tuoi occhi neri contro il nero della notte.
I tuoi occhi aperti nei miei, come un grido.
"Shhh…. Non è
niente. Dormi, dormi…"
Mi guardi. Un istante
bagnato di sonno, di tanti piccoli sogni. Poi richiudi gli
occhi e ti addormenti di nuovo. Il tuo fiato lascia
un’impronta dolce nella mia mano.
I fari del camion
illuminano la strada, la tingono di luce bianca. Fuori c’è
solo il freddo dell’inverno, un orizzonte nero, la ghiaia sporca
ai bordi dell’asfalto. C’è il freddo del cielo, l’ombra
dei pini, il tonfo delle ruote dentro a ogni buca. Chi
direbbe che domani è Natale.
Il camion frena di colpo. Tu sussulti, ma poi continui a dormire. Guardo fuori: c’è
un cinghiale in mezzo alla strada. Resta immobile, colpito
dalla luce rotonda dei fari. L’autista bestemmia, suona
più volte il clacson. L’animale si scuote, fugge via,
sparisce nel buio. Voglio correre anch’io dentro a quel
buio. Dimenticare questo orrore; dimenticare gli occhi
immobili di Snezana.
Il tempo si sbriciola lungo
la strada, nel ronzio del motore, nel ghiaccio che geme sui
campi. Ti guardo: hai la bocca di tua madre. Lo
stesso broncio di Snezana quando aveva la tua età. Sarebbe
bello continuare così, all’infinito, in un viaggio che ci porti
a una terra così lontana, Mihrija, così lontana e bella che non
riesco nemmeno a pensarla. Andare a vivere in un piccolo
paese con i campi di grano, le case bianche, i gerani alle
finestre...
Gli occhi mi si chiudono. Ciondolo la testa
a destra e a sinistra, a destra e a sinistra. Sogno un
paese nel sole, una terra fertile, il suono di una campana.
La voce di Snezana.
All’alba il camionista ci sveglia:
"Siamo arrivati. Più avanti non si va."
Non ci sono
case bianche qui intorno. I segni dell’odio sono inchiodati ai
muri sfatti, ai vetri rotti, ai mucchi di calce e di rifiuti
lungo le strade.
Scendiamo dal camion con gli occhi
gonfi e le ossa indolenzite.
"Nonna, ho fame." Mi guardi, e
mi chiedi la vita.
Ti do un pezzo di pane. È
raffermo ma tu lo divori.
"Ho ancora fame".
"Forse
è solo sete. Vieni."
C’è una fontana lì vicino.
L’acqua che esce sa di ferro e di terra. Ci scorre rossa
dentro la bocca.
Saranno le sette e il sole stenta ad
alzarsi. Non c’è nessuno in giro a quest’ora. Solo
un vecchio che cammina contro un muro: la schiena curva, la
testa bassa:
"Dov’è la strada per il confine? – gli chiedo.
Lui mi guarda e indica con un dito la montagna.
"È lì
il confine? – ripeto.
Fa di sì con la testa. Ha
gli occhi di chi ha pianto per qualche figlio morto, o per una
figlia violentata, o forse per la moglie fucilata davanti alla
porta di casa. Ci sono dolori che si portano scritti
sulla faccia come un marchio a fuoco. I segni del male
impressi per sempre sulla pelle, nitidi come in una fotografia
appena fatta.
Il vecchio non mi risponde subito. Guarda
lontano, come se non mi vedesse. Poi abbassa lo sguardo su
Mihrija:
"Lascia perdere. Non puoi arrivarci a piedi.
Non d’inverno. C’è la neve alta lassù e con una bambina così piccola
non ce la farai mai."
Non gli rispondo.
Niente mi potrebbe fermare. Gli giro le spalle. Ti
prendo per mano e ti porto via da questo orrore, via da questa
guerra. Su, verso il sentiero, verso la montagna. È
quella montagna laggiù, la vedi? È così alta.
Riempie il cielo a guardarla.
Riesci a malapena a
seguirmi. Inciampi di continuo. Ti aggrappi alla mia
mano. Ti trascino con più forza. Sono solo le otto e
se camminiamo di lena raggiungeremo il confine prima che faccia
buio.
"Nonna, ho freddo"
"Il freddo passa quando si
cammina svelte."
Camminiamo per ore in silenzio.
Avanziamo a fatica fra le rocce del sentiero senza dire una
parola. Nemmeno una parola per salvare il fiato, per fare
più in fretta.
"Devo fare pipì.".
Ti sei
accovacciata sulla neve. La sciarpa gialla che ti ho legata
sulla testa ti circonda il viso. Guardi in su, verso di
me. Hai gli occhi grandi, le guance arrossate. Sento
il cuore fermarsi per la commozione. E so che la grazia e
la bellezza vivono anche fra la violenza, fra la bruttura di
questo nostro tempo, nell’orrore di una guerra dove parole come
sonno, pane, cielo, sole, non hanno memoria.
Nevica
forte. Il sentiero è bianco. Scivoliamo sulla lastra
di ghiaccio che si è formata sotto lo strato di neve fresca.
"Nonna, quando arriviamo?"
"Sei molto stanca?"
"Sì.
Ci fermiamo?"
Guardo indietro: intravedo a malapena il paese
in mezzo alla neve che ci soffia intorno senza direzione.
Vedo bianco. Solo bianco.
"No. Dobbiamo
continuare. Dobbiamo arrivare prima del buio".
Ripeti
che sei stanca ma io non ti rispondo. Ho paura. Se
parlassi, se solo parlassi, questa paura la sentiresti tutta
dentro la mia voce. Così sto zitta e ti tiro più forte.
Gli strattoni ti fanno male e tu cominci a piangere.
Quasi non mi accorgo del corpo fra i rovi, riverso al bordo del
sentiero. Lo schivo a malapena, poi lo guardo di
sottocchio. È solo un ragazzo: ha un buco nel petto, una
pozza profonda piena di neve e sangue rappreso. Gli occhi
sono spalancati. Ha il viso devastato dall’acne e dal
gelo. C’è un cane lì vicino. Cammina su tre zampe,
lo annusa.
Ti afferro fra le braccia e voglio solo correre
via, via di lì! Ma gli stivali affondano nella neve.
Affondo fino al polpaccio. Dov’è il sentiero?
Dove
Dove?
*
Quante ore sono passate? La
neve non ha smesso di scendere. Siamo lontane dal paese e
lontane dal confine. Vedo solo bianco.
Il vento
si è fermato. Ascolto il silenzio che c’è intorno.
Il silenzio fa paura più di ogni altra cosa. Ti parlo per
farmi coraggio:
"Quando tua madre aveva la tua età la
spingevo sull’altalena. Su e giù, su e giù, fino a raggiungere il
cielo. Lei stringeva forte la catena, con la stessa forza con cui
adesso tu stringi la mia mano. Aveva paura, ma io la spingevo in alto,
più in su, fin dentro l’azzurro."
Snezana… Fatico a parlare di te, anche se so
che devo. Lo devo alla tua memoria, e alla tua bambina.
Avevo sentito gli spari quel giorno. Poi sono corsi
tutti da me, e gridavano soltanto due parole:
"Tua
figlia, tua figlia!"
Sono corsa nei campi così
com’ero: in ciabatte e col grembiule bianco di farina.
Correvo tra i fuochi, fra il granoturco maturo che crepitava
nell’aria. Persi una ciabatta. Inciampai. Vidi
per terra la scia del sangue e poi...
...poi sentii il tuo
odore, Snezana. Il tuo odore in quel sangue impastato alla
terra. Buttai via la ciabatta che mi era rimasta e mi
trascinai a carponi lungo quella scia rossa. La seguii
strisciando per terra, avanzando sulle mani e le ginocchia come
avrebbe fatto un animale. Fino alla fine. Fino a che
il filo di sangue mi portò ad incontrare la tua testa. Non
trovai il tuo corpo. Solo la tua testa.
La avvolsi nel
grembiule e corsi indietro. Senza fiato, coi piedi feriti
e quel peso stretto al ventre che era il mio peso, che era
ancora mio, mio! Come prima di figliarti. Correvo con la
bocca chiusa, il grido stretto dentro.
Arrivai
dal prete e aprii il grembiule insanguinato:
"Padre, si può
seppellire una testa? Solo la testa? E lì che risiede la sua
anima?"
Lui non disse niente. Mi
abbracciò, e si mise a piangere. Piangeva lui, io niente.
Ti seppellimmo io e quel prete. Scavammo una buca al
camposanto e ci mettemmo dentro la tua testa e il tuo violino.
*
Ci siamo perse. Non so più dove sono. Dove
sia il Nord o il Sud, il confine o il paese. C’è poca luce
ormai, è quasi sera. Faccio un passo e affondo fino al
ginocchio. C’è solo neve qui intorno. Neve e alberi.
Alberi e neve.
Ti sollevo, ti carico sulle spalle come
un agnellino. Muovo un passo, poi un altro. Le gambe
cedono al bianco. Non ce la faremo mai. Ora lo so.
Questa frase mi rimbomba nella testa. Non ce la faremo
mai. È inutile continuare.
Ci sediamo sotto un
pino. È buio. La neve scende ancora. Ti do
l’ultimo pezzo di pane, poi pulisco il barattolo vuoto che ho in
fondo alla borsa. Lo riempio di neve e ci metto sopra un
poco di zucchero.
"Tieni. Senti quanto è dolce."
Lo porti alle labbra. Ti riempi la bocca e sorridi.
Mangi, poi ci stendiamo sotto l’abete. Penso che la paura
è come la neve: senza confini precisi, senza suono.
Saranno passate un paio d’ore, forse meno. Non sento più
le dita delle mani. Provo a muovere i piedi ma non ci
riesco. Guardo in su: nevica, non ci sono stelle stanotte.
Non importa, le stelle sono fredde nel cielo di dicembre.
Stai stretta a me, accovacciata come un gattino contro il
mio ventre.
I nostri corpi abbracciati. I nostri corpi
legati all’inverno, scolpiti nel bianco di questo spazio
doloroso e lieve. Breve e infinito. I nostri corpi
coperti di neve.
Strano, non sento più il freddo adesso.
Chiudo gli occhi, ma vedo soltanto i campi di granoturco
bruciati, sento nell’aria l’odore del fumo che sale.
"Nonna, domani è Natale?"
"Sì Mihrija. Non senti le
zampogne?"
"Io no."
"È perché non ascolti bene. Prova ancora."
Stai in silenzio.
"Nonna, io non sento
niente".
"È perché è cambiato il vento. Bisogna
aspettare, ascolta meglio."
Stiamo zitte. Sento che
controlli il respiro per non far rumore, per non perderti il
suono della gioia.
"Le hai sentite le zampogne?"
"No, ma…"
"Come suonano bene, Mihrija… Ascoltale. Le senti?"
"Non
so, forse… e i bambini aprono i regali adesso?"
"No,
più tardi. Prima devono dormire."
"Io non ci riesco a dormire.
Ho troppo freddo."
"Shhh…. Ascolta le zampogne. "
Ti sento tremare contro di me e ti
stringo più forte. La tua respirazione è faticosa, poi
piano piano si calma. Sento il tuo corpo abbandonarsi al
mio.
La neve mi scende sul viso insieme al silenzio.
Nevica silenzio.
Non riesco nemmeno a riaprire gli
occhi. Ho sete. Lecco la neve, l’annuso. Che
buon odore ha la neve. Sa di iris, di arance e di
giacinti.
Non c’è più dolore adesso. Sento i
cani latrare alla luna e là, nel campo, la corsa felice delle
linci.
Stai tranquilla, Mihrija. Il mio ventre è
ancora caldo. Qui riposò tua madre. Riposa, adesso.
Dormiamo ancora un poco.
E’ nata in provincia di Mantova e dal 1980 vive in Inghilterra dove si è laureata in lingue moderne all'Università di Londra. Ha vissuto per due anni in America Latina e ha conseguito un Master in letteratura ispano-americana presso il King's College dell'Università di Londra. Insegna italiano come lingua straniera. Poeta e Performer, ha ottenuto numerosi premi e riconoscimenti a concorsi letterari nazionali. Ha inoltre partecipato a diversi festival di poesia. Ha pubblicato racconti e poesie in diverse riviste letterarie. Suoi testi sono stati tradotti e pubblicati in ungherese da Olga Erdos e sono usciti in versione inglese nelle riviste Gradiva (New York) e Fire (Inghilterra). Sono in programmazione il libro-CD 'Furester', in collaborazione con la cantautrice mantovana Ornella Fiorini e con prefazione di Franco Loi, e un volume antologico di poesie in edizione bilingue presso le Edizioni Gradiva di New York.
Gestisce il blog: http://www.danielaraimondi.splinder.com/
E' redattrice di Clepsydra Edizioni: http://www.clepsydraedizioni.com/
Pubblicazioni volumi di poesia:
Ellissi (Ed. Raffaelli, Rimini, 2005)
Premi Caput Gauri, Antica Badia di San Savino, Renata Canepa, Premio Renzo Sertoli Salis per l’Opera Prima.
Inanna (Mobydick, Faenza, 2006)
Primo classificato Premio Città di Moncalieri, San Domenichino, Città di Manfredonia.
Mitolologie Private - (Edizioni Clandestine, 2007)
Premio Giustino De' Jacobis Città di San Fele. Menzione speciale Premio Alpi Apuane.
Entierro - Monologo in versi (Mobydick Faenza, 2009)
Premio Speciale Alessandro Contini Bonacossi.
Finalista Premio Reghium Julii.
Menzione Speciale come inedito al Premio Montano.
Diario Della Luce - Libro/Cd (Mobydick Editore, gennaio 2011)
Seconda Classificata Premio Nazionale Borgo D’Alberona.
Di prossima pubblicazione
La Regina di Ica - (Edizioni Il Ponte del Sale)
Selected Poems - antologia bilingue (Edizioni Gradiva, New York)